Glifosato nei cibi: gli ultimi dati e come proteggersi

Negli ultimi mesi il tema della presenza di glifosato nei cibi ha attirato nuovamente l’attenzione dell’opinione pubblica, in seguito alla pubblicazione dei più recenti monitoraggi realizzati da enti autorevoli europei e nazionali. L’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha pubblicato nel 2023 un rapporto dettagliato sui residui di pesticidi, incluso il glifosato, in frutta, verdura e cereali. Dati aggiornati, nuovi dibattiti scientifici e preoccupazioni per la salute si intrecciano oggi più che mai, alimentando il bisogno di chiarezza e scelte consapevoli su ciò che portiamo a tavola. Vedremo cosa dicono i numeri più recenti, quali potrebbero essere gli effetti di queste sostanze, come proteggere se stessi e la propria famiglia, e quali sono le voci autorevoli che guidano il dibattito.

Che cos’è il glifosato e perché si ritrova negli alimenti

Il glifosato è un erbicida di sintesi ampiamente impiegato in agricoltura fin dagli anni Settanta, utilizzato per eliminare le erbe infestanti nei campi destinati a cereali, frutta e ortaggi. Rappresenta il principio attivo di prodotti diffusissimi come il Roundup, utilizzati con l’obiettivo di aumentare le rese agricole. Nel corso del tempo la sua presenza residua nei cibi è divenuta oggetto di crescente attenzione da parte delle autorità sanitarie e ambientali a livello mondiale. L’ampio impiego di questa sostanza è giustificato dalla capacità di agire rapidamente sulle infestanti, ma scienziati e regolatori monitorano da anni i possibili rischi associati all’esposizione umana. L’EFSA (European Food Safety Authority) e il Ministero della Salute italiano controllano regolarmente i residui di pesticidi negli alimenti venduti a livello europeo e nazionale, fissando limiti legali volti a garantire la sicurezza dei consumatori.

Secondo il più recente rapporto EFSA sui residui di pesticidi negli alimenti (2023), meno dell’1% dei campioni analizzati nell’UE ha superato i limiti di legge, ma sono stati rilevati alcuni casi di concentrazioni elevate soprattutto in prodotti importati da paesi extra-UE. Nel frattempo, organizzazioni come l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) discutono ancora del potenziale cancerogeno del glifosato, rendendo il dibattito particolarmente attuale e rilevante.

Quanti residui di glifosato troviamo realmente nei nostri cibi?

L’ultimo rapporto pubblicato dall’EFSA nel 2023, riguardante i residui di pesticidi, ha analizzato oltre 88.000 campioni alimentari provenienti dagli Stati membri dell’Unione Europea. Il glifosato è stato rilevato in circa l’1,3% dei campioni totali, soprattutto in cereali come grano e mais, in legumi e in alcuni ortaggi. Più nel dettaglio:

  • Solo lo 0,1% dei campioni italiani ha superato i limiti di legge relativi ai residui di glifosato fissati dall’UE (fonte: Ministero della Salute, rapporto annuale fitosanitario 2023).
  • Oltre l’80% dei campioni analizzati mostrava livelli di glifosato addirittura inferiori ai limiti minimi di rilevabilità strumentale.
  • Le concentrazioni più elevate sono state riscontrate in prodotti importati, in particolare cereali provenienti da paesi extra-UE.

Le principali fonti di esposizione, secondo EFSA, sono pane, pasta, cereali per la colazione, legumi secchi, mele e altra frutta trattata. È importante sottolineare che, entro i limiti fissati dalle autorità, la presenza di glifosato non viene considerata tossica per la salute dagli enti europei preposti. Tuttavia, la soglia di sicurezza viene aggiornata costantemente sulla base delle ultime evidenze scientifiche.

La situazione italiana si conferma tra le più controllate in Europa: la quasi totalità dei produttori segue rigide linee guida in materia di pesticidi e le autorità eseguono verifiche regolari sia sui prodotti nazionali che su quelli importati. Per consultare dati e tabelle ufficiali si può far riferimento al rapporto annuale EFSA (disponibile su www.efsa.europa.eu) e alle pubblicazioni del Ministero della Salute.

Rischi reali e percepiti: cosa sappiamo davvero sul glifosato?

La questione dei residui di glifosato nei cibi ha dato vita a un acceso dibattito sia pubblico che scientifico. Da un lato, le grandi indagini epidemiologiche sulle popolazioni europee mostrano che l’esposizione media rimane ampiamente inferiore alle soglie ritenute pericolose dall’EFSA, con un rischio concreto ritenuto molto basso dalle autorità sanitarie ufficiali. Dall’altro, associazioni ambientaliste e alcune voci della comunità scientifica richiedono politiche più caute, invocando il principio di precauzione e promuovendo la riduzione dei pesticidi nei processi agricoli.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha classificato il glifosato come “probabile cancerogeno per l’uomo” nel 2015, segnalando una possibile associazione con alcuni tipi di tumore del sangue (linfoma non-Hodgkin) — una posizione che tuttavia non è condivisa dall’EFSA, dall’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) e dall’OMS, le quali sottolineano l’assenza di rischi accertati alle attuali dosi di esposizione alimentare (IARC Monographs Volume 112, 2015; Parere EFSA, 2022).

Il confronto coinvolge un ampio ventaglio di soggetti: produttori agricoli, industria alimentare, enti regolatori, associazioni di consumatori, comunità scientifica e mondo politico. A oggi, l’Unione Europea ha rinnovato l’autorizzazione al glifosato fino al dicembre 2033, mentre molti paesi, inclusa l’Italia, stanno intensificando i controlli e incentivando soluzioni agricole più sostenibili.

Come cambiano le abitudini alimentari e la società

L’attenzione verso il glifosato negli alimenti sta modificando profondamente le scelte dei consumatori italiani: cresce la richiesta di cibi biologici e a residuo zero, così come la tendenza a privilegiare filiere corte e prodotti locali. Secondo i dati ISTAT, oltre il 25% delle famiglie italiane ha incrementato la spesa per prodotti biologici tra il 2021 e il 2023, per ridurre il rischio percepito di contaminazione chimica. Supermercati e distributori ampliano le offerte evidenziando l’assenza di pesticidi, mentre associazioni di consumatori chiedono maggiore trasparenza sulle etichette relative ai trattamenti subiti dagli alimenti.

Dal punto di vista sociale, il tema dei pesticidi a tavola stimola anche una riflessione più ampia su agricoltura sostenibile, tutela ambientale e necessità di pratiche agronomiche meno invasive. In questo scenario prendono il via campagne di educazione alimentare e iniziative come “Residuo Zero”, rivolte a scuole, famiglie e agricoltori, promuovendo scelte più consapevoli e riducendo la domanda di fitofarmaci.

L’impatto sulle aziende agricole e le nuove tecniche di coltivazione

La spinta a ridurre l’uso del glifosato incide direttamente sul lavoro degli agricoltori, chiamati a conciliare esigenze produttive con la crescente richiesta di sostenibilità e sicurezza alimentare. Molte aziende stanno investendo in tecniche agronomiche alternative: rotazioni colturali, diserbo meccanico o utilizzo di erbe di copertura, soluzioni che permettono di diminuire i residui chimici e incentivare la biodiversità nei campi. Tuttavia, questa transizione comporta spesso costi aggiuntivi, i quali si riflettono sui prezzi finali dei prodotti.

Da parte sua, l’Unione Europea finanzia la ricerca su metodi innovativi e bio-based per proteggere le colture e promuove una sempre maggiore adesione a disciplinari di produzione sostenibile o biologica certificata, che subordinano la produzione a limiti ancora più severi rispetto alla legislazione standard.

Consigli pratici per ridurre l’esposizione al glifosato

Per chi desidera limitare ulteriormente i residui di glifosato e di altri pesticidi nella propria alimentazione, esistono alcune strategie semplici e concrete:

  • Preferire prodotti biologici certificati e filiere controllate, specialmente per cereali, legumi, frutta e verdura.
  • Lavare con cura frutta e verdura prima del consumo; in certi casi, eliminare la buccia riduce ulteriormente alcune sostanze.
  • Diversificare la dieta il più possibile, per minimizzare il rischio di accumulo di residui riferibili a una sola fonte.
  • Leggere con attenzione le etichette e informarsi sulla provenienza dei prodotti alimentari.
  • Acquistare presso produttori locali, mercati di zona o gruppi di acquisto solidale, quando possibile.

Consapevolezza, informazione e attenzione sono armi indispensabili per la difesa del consumatore moderno. Chi desidera approfondire dati, percentuali e dettagli normativi può consultare le pubblicazioni ufficiali EFSA e del Ministero della Salute. È inoltre possibile ricevere aggiornamenti tramite newsletter o bollettini tematici, disponibili su www.efsa.europa.eu.